crisiinterne
  • Tu non lo sai cosa vuol dire addormentarsi piangendo al buio da sola, stringendo il cuscino come fosse una persona. Dover andare in bagno nel mezzo di una conversazione per ricominciare a respirare regolarmente, passare le giornate ad aspettare di andare a dormire e le notti ad aspettare di morire. Non lo sai, non sai cosa significa stare male tanto da rimanere giorni interi a letto a piangere, senza riuscire a dare spiegazioni valide a nessuno e deludere chiunque. Non lo sai, non lo sai, non lo sai.
hopauradiesseredimenticata

Era sul pullman, stava andando a scuola.
Le solite facce, nel solito posto.
La solita città.
Guardava fuori dalla finestra, aveva lo sguardo fisso su un posto impreciso di quel paesaggio grigio e triste.
Triste.
Forse contava le gocce di pioggia che lentamente rigavano il vetro.
Forse voleva rompere quel vetro e scappare. Correre sotto la pioggia a piedi nudi.
Non aveva più nulla. Le era bastato un attimo, una parola di troppo, per perdere tutto, anche se stessa.
Aveva perso se stessa, il suo sorriso, la sua forza, i suoi occhi brillanti..
Il pullman si fermò, scese e si incamminò lentamente su quella stradetta che percorreva ogni mattina per arrivare a scuola.
Arrivava sempre in ritardo.
Odiava la folla.
Preferiva entrare da sola, in silenzio.

Nell’aula si diffondevano i risolini, i bisbigli, le boccacce dei ragazzi, ma lei era impassibile.
A volte strappava piccoli sorrisi spenti, per non attirare troppo l’attenzione.

Scorrevano i minuti, le ore, i giorni e lei passava il tempo a scrivere.
A scrivere poesie che nessuno avrebbe mai letto, e storie che a nessuno avrebbe mai raccontato.
Nessuno la notava, era brava a nascondersi, a mimetizzarsi.
Sorrisi spenti.
Come i suoi occhi.
Quegl’ occhi verdi..
Quegl’ occhi spenti che da tempo non sentivano il sapore della felicità.
I suoi occhi, che ormai non davano più segno di vita.
Avevano per troppo tempo gridato aiuto, invano.
Era stanca. Decise di abbandonarsi nelle mani del destino, e quel che sarebbe successo non le importava.
Voleva solo che succedesse qualcosa, al più presto.

Finì anche questo giorno di scuola.
Ritornò a casa, accompagnata dalla musica e immersa nei pensieri.
Anche quella sera non mangiò.
Si chiuse a chiave nella stanza e accese la radio.
Si stese sul letto, abbracciò il cuscino e si addormentò, pensando.
Pensando al mare in tempesta, ai gabbiani che volano sopra il mare.
Alla sensazione del vento tra i capelli.
Alla sensazione del vento che ti accarezza la pelle.
Il vento fra i capelli, e sulla pelle..
Come sarebbe poter volare?
Volare lontano dal dolore, dalle preoccupazioni.
Rifugiarsi su una candida nuvola sopra questo mondo distrutto e cupo..

Si svegliò.
Nulla era cambiato, e lei non aveva ancora le ali.
Non si svegliò su una nuvola, ma nel solito letto.
Era delusa.
Andò in bagno e si specchiò.
Lo specchio rifletteva la stessa immagine della mattina precedente: capelli spettinati, occhiaie, cosce troppo grosse e un sorriso forzato.
Un sorriso che piange.

Quella mattina non andò a scuola.
S’ incamminò sul marciapiede grigio della città.
C’era la nebbia..
Uno di quei paesaggi malinconici, che lei amava tanto.
Giunse su un ponte.
Quel ponte che la conosceva meglio di chiunque altro.
Quel ponte che l’aveva consolata ogni volta che stava per crollare, la aiutava a rialzarsi.
Quel ponte che tante volte le asciugò le lacrime.
Fissava l’acqua.
Il riflesso della luce nell’acqua, e poi l’oscurità.
Il nulla.
Era arrivato il tempo di imparare a volare.

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